DEPRESSIONE E RISPOSTA DEPRESSIVA

DEPRESSIONE E RISPOSTA DEPRESSIVA

JOSEPH SANDLER (1965 – 1967)

Per iniziare è utile riproporre un concetto che Sandler esprime in “Alcuni problemi concettuali riguardanti i disturbi narcisistici” (1965):
“Dal punto di vista biologico, il principio della omeostasi energetica può essere utile e appropriato. Tuttavia dal momento in cui il bambino diventa un essere psicologico, da quando egli inizia a costruire un mondo rappresentazionale come strumento mediatore dell’adattamento, gran parte del suo funzionamento è regolato da diversi stati affettivi. Le esigenze pulsionali e la loro soddisfazione hanno un’influenza importante sugli stati affettivi, ma non è certamente l’unica. Gli stati affettivi sono prodotti e influenzati da stimoli derivanti da fonti diverse da quelle rappresentate dalle pulsioni, per esempio dall’ambiente esterno; è troppo semplicistico ipotizzare che le vicissitudini dello sviluppo degli affetti siano un semplice riflesso delle vicissitudini delle pulsioni.”
Poi più avanti: “Man mano che il bambino si sviluppa, la sua organizzazione delle esperienze diviene sempre più complessa e dipende sempre meno dallo stato somatico del bambino stesso. E’ ovvio che una formulazione quale quella del principio di piacere (o del principio di realtà, che ne deriva) non può da sola rendere giustizia dei processi che producono e regolano questi stati esperenziali (tanto consci quanto inconsci). Dal nostro lavoro clinico sia coi bambini sia con gli adulti per esempio si vede che il bisogno di preservare il benessere e la sicurezza può avere la precedenza sul desiderio di conseguire il piacere sensuale. Il desiderio del piacere sessuale viene, come tutti sappiamo, prontamente sacrificato al fine di preservare sentimenti di sicurezza. …. Si può dire che lo stato di benessere psicologico esista quando si riscontra una sostanziale corrispondenza tra la rappresentazione psichica dello stato attuale del Sé e una delle sue possibili forme ideali…. La
mancanza di autostima, i sentimenti di inferiorità e di svalorizzazione, la vergogna e il senso di colpa rappresentano tutti dei derivati particolarmente elaborati del fondamentale affetto del dolore.”
In “Note sul dolore, la depressione e l’individuazione” del 1965 Sandler sostiene che il dolore psichico rappresenta il sentimento opposto ai sentimenti di sicurezza e di benessere; esso indica la discrepanza che esiste fra la rappresentazione dello stato del Sé attuale, qual è percepita dal
soggetto e la rappresentazione di uno stato ideale, e agisce come lo stimolo più importante per la messa in moto e la regolazione delle risposte adattive dell’individuo. Sandler esamina il quadro sintomatologico che deriva da uno studio sulla depressione dei bambini,
la cui risposta di base è una risposta affettiva a carattere depressivo. Essa è una risposta psicobiologica di base che si sviluppa in seguito ad una persistente condizione di deprivazione affettiva: “Questo quadro era caratterizzato da uno stato d’animo variamente descritto dai terapeuti come
“tristezza”, “infelicità”, oppure “depressione”. Questo stato d’animo aveva delle componenti sia di tipo psichico, sia di tipo fisico: il bambino sembrava infelice, aveva poco interesse per ciò che lo circondava, appariva chiuso, annoiato, svogliato; aveva un sentimento come di scontentezza per ciò che gli veniva offerto e mostrava poca capacità di provare piacere. Comunicava l’impressione di sentirsi respinto o non amato, e dimostrava un’evidente tendenza a ritirarsi dagli oggetti che lo deludevano; non accettava facilmente aiuto o conforto, e, se pure reagiva positivamente, facilmente riemergevano la sua scontentezza e la sua insoddisfazione sottostanti. Mostrava una tendenza a re –
gredire verso tratti di comportamento e atteggiamenti di tipo passivo e orale. Si notavano insonnia e vari altri tipi di disturbi del sonno, attività di autorassicurazione di tipo autoerotico o ripetitivo. In genere il terapeuta riferiva di avere in quel periodo difficoltà a mantenere un contatto prolungato con il bambino. “Essa sarebbe una reazione ultima contro l’esperienza di impotenza nei confronti di un dolore fisico o psicologico. Tale risposta non va confusa con le forme di malattia depressiva conseguenti a introiezioni e identificazioni patogene (intesa come la depressione vera o propria o depressione maggiore).
La reazione depressiva è tipica di una situazione di impotenza, di disperazione, di rassegnazione di fronte al dolore psichico. La risposta sana all’esperienza del dolore è la protesta, la lotta, piuttosto che la fuga. Nella risposta depressiva vi è un sentimento come di incapacità a ripristinare una situazione desiderata, che si accompagna ad un atteggiamento che è essenzialmente di capitolazione e ritirata. Essa rappresenta, ma non necessariamente ne è l’unica, la risposta del bambino al dolore provocato dalla separazione o da qualsiasi altra causa reale o fantasticata. Essa rappresenta una reazione soggettiva al dolore a prescindere dalla perdita in sé e per sé dell’oggetto.
Quando un oggetto è perduto la sua rappresentazione riceve da un lato un sovrainvestimento di desiderio e dall’altra l’immagine interna dell’oggetto non è confermata da una corrispondente percezione derivante da fonti esterne. Si viene così a determinare una dolorosa discrepanza fra la situazione esistente nel mondo rappresentazionale e lo stato desiderato, il cosiddetto stato ideale, vale a dire che si crea una frattura fra lo stato attuale del Sé da una parte, e lo stato ideale di benessere dall’altra. Lo stato di benessere è strettamente legato ai sentimenti di salute e di sicurezza.
Tale stato può essere raggiunto mediante una soddisfacente scarica pulsionale, a meno che il raggiungimento dello stato di benessere non sia ostacolato da un conflitto psichico. La differenza qualitativa tra i sistemi dell’Es e dell’Io consiste nel fatto che mentre le pulsioni sono caratterizzate da stati di tensione e da una richiesta di scarica, il funzionamento dell’Io è molto più connesso col mantenimento di situazioni affettive di benessere (anche a spese dei desideri pulsionali). Lo stato ideale rappresenta la situazione affettiva di benessere, mentre il Sé ideale denota la particolare rappresentazione del Sé che deriva dal mantenimento dello stato ideale. Il Sé ideale non è formato unicamente da rappresentazioni di affetto, ma anche da ricordi di situazioni precedenti di benessere e da elaborazioni fantastiche che possono essere il frutto di operazioni difensive, che hanno l’effetto di inserire nel Sé ideale componenti di tipo magico e onnipotente.

Il ruolo dell’oggetto è quello di essere veicolo per il raggiungimento dello stato ideale di benessere, non solo quando le relazioni oggettuali sono di tipo anaclitico (la madre che si prende cura del bambino), ma anche quando è stata raggiunta una situazione di costanza d’oggetto. La percezione
della presenza dell’oggetto d’amore quando ci si aspetta che sia presente è una sorgente di sentimenti di benessere e di sicurezza, anche quando l’oggetto non è al servizio del soddisfacimento pulsionale. La transizione dalle relazioni anaclitiche a quelle caratterizzate dalla costanza dell’oggetto riflette una serie di mutamenti nell’Io del bambino, piuttosto che nelle sue pulsioni. Nella transizione allo stato di costanza d’oggetto, acquistano sempre più importanza quei bisogni secondari che hanno a che fare con il mantenimento dei sentimenti di sicurezza e di benessere.
Se la presenza dell’oggetto rappresenta la condizione per il mantenimento di uno stato di benessere del Sé, allora la perdita dell’oggetto significa la perdita di uno stato del Sé. A ciascuna rappresentazione di ogni oggetto d’amore corrisponde in modo complementare una rappresentazione del Sé che è in relazione con l’oggetto e che costituisce il legame tra Sé e oggetto. Quando si perde un og – getto d’amore si ha la perdita non soltanto dell’oggetto in sé stesso, ma anche dell’aspetto oggettuale complementare del Sé e dello stato affettivo di benessere che è così intimamente collegato con esse. In una tale situazione di perdita dell’oggetto, l’investimento affettivo di valore sull’oggetto è enormemente aumentato e l’attenzione si focalizza quasi esclusivamente sull’oggetto, perché questo è la chiave per il ripristino del perduto stato del Sé.
L’individuazione è quel processo durante il quale l’Io abbandona gli stati ideali del passato ed elabora nuovi ideali egosintonici e più adatti alla realtà. Tale processo ha uno stretto rapporto con la risposta depressiva. Il dolore di per sé non coincide con la risposta depressiva. Se è possibile
difendersi con successo nei confronti della situazione interna o esterna, il dolore diminuisce o scompare. Se il bambino, invece, reagisce all’esperienza di dolore con un aumento della sua scontentezza, e in particolare regredisce ad un atteggiamento di richiesta orale, diventa il tipico
bambino infelice e lamentoso. In questi casi spesso riconosciamo una fonte interna di infelicità, che viene spostata sull’ambiente esterno, di modo che in realtà nulla lo soddisfa e gli piace. Il Sé medesimo può essere oggetto della rabbia o addirittura dell’odio del bambino; è un Sé insoddisfacente e viene investito con una carica aggressiva. Questa infelicità non coincide tuttavia con quel particolare tipo di adattamento al dolore in cui consiste la risposta depressiva: la qualità della risposta del paziente ad uno stato di dolore dipenderà, in larghissima misura, dal grado in cui egli può esprimere e scaricare gli intensi sentimenti di ostilità e di aggressività nei confronti di quella che egli conside –
ra la fonte del suo dolore.
La mancata distinzione tra dolore e depressione porta ad istituire legami mistificanti e stereotipati tra il vasto campo dei disturbi del narcisismo e la specifica risposta della depressione. Un individuo può reagire ad una dolorosa discrepanza fra il Sé ideale e il suo Sé attuale con una risposta di risentimento rabbioso, con una sovracompensazione in fantasia, oppure con un comportamento esibizionistico, il che non implica affatto che egli si stia difendendo contro una risposta depressiva. Se egli non potesse, per qualche motivo, usare queste difese contro lo stato doloroso del Sé e reagisse con un sentimento di impotenza e di disperazione, allora diventerebbe depresso.
Uno degli effetti dello sviluppo della reazione depressiva è l’abbassamento del livello di attività pulsionale e una inibizione delle funzioni dell’Io. Anche se può sembrare che tale abbassamento del livello del funzionamento psichico fornisca un momento di respiro e consentire il verificarsi di
processi di ripresa, non crediamo che l’esperienza della depressione sia una condizione necessaria per la ripresa stessa. Deploriamo la tendenza di alcuni analisti a considerare la depressione come una manifestazione necessaria, senza fare alcuna distinzione fra la capacità di padroneggiare il dolore in modo adattivo, la risposta depressiva e la melanconia in senso stretto.
Il dolore è costantemente sperimentato dal bambino nel corso del suo sviluppo normale, quando avverte una discrepanza fra lo stato ideale e lo stato attuale del suo Sé. Man mano che egli progredisce nella corretta valutazione della realtà, si rende sempre più necessario l’abbandono di stati del Sé precedentemente vissuti come soddisfacenti. Nei primi anni di vita del bambino questi stati di soddisfazione hanno caratteristiche magiche e onnipotenti. Ci sono condizioni di frustrazione e di sofferenza che comportano la possibilità di tornare indietro verso gli ideali infantili precedenti, raggiungibili nei fatti o in fantasia. Questa è probabilmente l’essenza dei processi di regressione temporanea, che si verificano nel corso dello sviluppo normale. Il superamento della regressione e il successivo movimento in avanti è legato ad un certo grado di sofferenza e ne consegue di norma un processo in qualche modo analogo al lutto (la rinuncia a stati infantili del Sé che non deve essere equiparato alla depressione). Tale è il processo di individuazione che indica il graduale sviluppo da parte del bambino di ideali sempre più adattati alla realtà, che si accompagna alla rinuncia di scopi infantili e della dipendenza da oggetti esterni per l’ottenimento del benessere. Tale processo non
comporta unicamente la rinuncia a stati ideali del passato che sono ormai inappropriati, ma anche il graduale raggiungimento di un piacere nel padroneggiare le nuove funzioni che divengono possibili (si pensi allo stato di eccitamento che è proprio del bambino che impara a camminare). Il soggetto nel suo sviluppo è costantemente confrontato con situazioni che richiedono nuovi processi di individuazione. In ciascuno di questi momenti, per conseguire l’adattamento, è necessario abbandonare modalità precedenti di soddisfacimento pulsionale, ma anche stati del Sé che precedentemente erano rassicuranti e soddisfacenti (questo processo si accompagna ai sentimenti di dolore).
Nel 1967 nell’articolo dal titolo “Sul concetto di dolore, con particolare riferimento alla depressione e al dolore psicogeno” Joseph Sandler amplia questi concetti e considera il dolore come uno stato affettivo e la risposta affettiva depressiva come una risposta psicobiologia di base altrettanto
fondamentale quanto l’angoscia. Essa ha le sue radici in uno stato psicofisiologico primario, considerato come una risposta all’esperienza di impotenza di fronte ad una situazione interiore intollerabile. Sandler considera la reazione depressiva come una “risorsa” di tipo particolare, un tentativo di adattamento all’impotenza di fronte ad uno stato intollerabile di cose (una delle risposte al dolore). La reazione depressiva non è una risposta diretta ad un insieme di circostanze precipitanti, ma è piuttosto una risposta particolare al dolore generato da tali circostanze. Ci sono altre possibili risposte al dolore, come un progressivo adattamento (per esempio l’accettazione della perdita e lo
spostamento dell’investimento su nuovi oggetti quando la fonte della tensione è dovuta alla perdita, oppure il cambiamento delle proprie mete se la tensione deriva dall’insuccesso nel raggiungimento di una meta ambita), o anche reazioni patogene, come certe forme di malattia psicosomatica.
Ogni dolore è psichico e consiste in uno stato affettivo spiacevole che si associa ad un ampio spettro di contenuti ideativi.
Nell’esperienza del dolore fisico in cui sentimenti spiacevoli sono collegati all’idea di un danno fisico, l’individuo prova il sentimento di dolore in seguito ad uno stato di discrepanza ideativa. Si tratta della discrepanza tra l’immagine che la persona ha del proprio corpo danneggiato da una parte, e la rappresentazione di quello che l’individuo considera (consciamente o inconsciamente) come un corpo intatto, ben funzionante, desiderato dall’altra.

Il concetto di rappresentazione del Sé ha una connotazione più ampia della rappresentazione dello schema corporeo, poiché include anche le rappresentazioni della persona in quanto essere psicologico e sociale, oltre che alle rappresentazioni del suo essere fisico. Il dolore è la concomitante affettiva di ogni discrepanza rappresentazionale.
Il presupposto che la reazione depressiva sia un tipo di risposta allo stato di dolore, che esprime impotenza, capitolazione e rassegnazione di fronte al dolore, implica che la discrepanza dolorosa fra le rappresentazioni del Sé attuale e ideale, che tali pazienti rinunciano ad affrontare, ha le sue radici in qualche sorta di conflitto psicologico, che implica abitualmente sia intensi desideri aggressivi sia
reazioni di estrema vergogna e colpa. Sono possibili altre risposte che rappresentano tentativi di dominare il dolore, per cercare di ridurre la discrepanza fra le rappresentazioni del Sé. Possono essere elaborati ideali più appropriati alla realtà, oppure mediante il ricorso a spostamenti o ad altre operazioni difensive, nel tentativo di alterare, in modo non realistico, sia la rappresentazione attuale
del Sé, sia quella ideale, allo scopo di ridurre la discrepanza, fonte di dolore. Tali manovre determinano la natura della successiva patologia. Spostamenti all’interno della rappresentazione del Sé tra aspetti somatici, psicologici e sociali possono avere una parte importante nel condurre alla delinquenza, piuttosto che alle perversioni, alle tossicomanie o ai disturbi psicosomatici e simili.

Dallo stato affettivo centrale di dolore si può sviluppare il dolore fisico di origine psicogena, il quale è un mezzo per affrontare uno stato di dolore psichico collegato ad un conflitto psicologico. Da certi aspetti discrepanti della rappresentazione del Sé, dovuti ad uno stato di conflitto psicologico, si effettua uno spostamento verso la rappresentazione di un danno a carico del corpo o dei tessuti. Per questi individui sembra più facile tollerare una discrepanza a carico della rappresentazione corporea e centrata sull’idea di un danno fisico; in particolare per quei pazienti per i quali la vergogna e l’umiliazione sono particolarmente intollerabili, una forma di dolore fisico può essere infinitamente preferibile; l’autostima della persona può essere completamente ristabilita dal pensiero che la capacità di funzionare bene in tutti i campi è compromessa soltanto dai propri disturbi fisici; in modo analogo possono essere diminuiti considerevolmente il senso di colpa e la responsabilità per un insuccesso e così via. Tali pazienti possono mostrare anche segni di depressione. Ciò è l’indice che in queste persone non è stata raggiunta alcuna soluzione difensiva stabile e sono falliti i ripetuti tentativi di ridurre lo stato di dolore psichico Quando ciò accade l’individuo può reagire
con una risposta depressiva. In questo senso non si può sostenere che il dolore psicogeno è stata una difesa contro la depressione, ma piuttosto che è stata una difesa contro lo stato centrale di dolore psichico e che, se la difesa fallisce, è possibile che la persona produca una risposta depressiva.

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